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San Paolo del Brasile e la crisi idrica

San Paolo del Brasile e la crisi idrica

L’allarme a San Paolo (Brasile) è stato lanciato dalle Autorità, a secco è il più grande bacino di Cantareira che rifornisce le 6 milioni e più di persone che vivono nella megalopoli. Dilma Pena, presidente dell’azienda comunale dell’acqua, è stato chiarissimo proprio in una recente conferenza stampa: “Abbiamo risorse sufficienti solo per poche settimane”, ha ammesso.

La colpa, come recentemente denunciamo costantemente su queste pagine, è, ancora una volta, del cambiamento climatico. Proprio la siccità, le temperature sopra la media stagionale, la mancanza d’acqua piovana hanno ridotto le riserve d’acqua della città e aggravato una situazione già di per sé allarmante.
Le agenzie riportano notizie da film apocalittici con persone che, da giorni, vanno letteralmente a caccia di camion cisterne. Alcune imprese di trasporto hanno visto moltiplicare del 300% le richieste di intervento. “Manca acqua dappertutto e credo che la situazione peggiorerà ancora”, ha dichiarato a “Folha de S.Paulo” Rita Passos, titolare dell’azienda SR. Le notizie che giungono dal Brasile sono inquietanti. Varie persone residenti nei quartieri della zona SUI hanno fatto incetta di acqua minerale per fare il bagno. La situazione è drammatica e il Governo brasiliano non riesce a fronteggiarla. Si spera nella pioggia.

Come dichiarato nelle scorse da Carlos Nobre, climatologo presso l’Istituto Nazionale di Ricerche Speciali (INPE) e membro dell’IPCC: “il pianeta è più caldo e c’è più vapore d’acqua nell’atmosfera. È un fatto. Quindi la probabilità che si formino nuvole, tempeste e ventilazioni aumenta. Negli anni in cui non piove abbastanza si verifica lo scenario opposto. Si passa quindi da un estremo all’altro.

In Amazzonia si verifica un’alternanza di secche e alluvioni dal 2005, quando c’è stata la maggiore siccità mai verificatasi fino a quel momento. Nel 2010 poi il quadro è stato peggiore. Ma nel 2009 la regione ha vissuto un’alluvione record. Poi quel record è stato battuto nel 2012 per eccesso di pioggia e di nuovo nel 2014. In dieci anni l’Amazzonia ha registrato i suoi due più intensi periodi di secca e le sue tre peggiori alluvioni. Negli anni passati a San Paolo si sono registrate piogge molto intense che hanno causato alluvioni tre volte più frequenti della media. La temperatura media della città è tra i 2 e i 4 gradi più alta rispetto all’inizio del secolo passato. La causa più probabile di questa alterazione nel microclima di San Paolo è l’urbanizzazione. Avendo sostituito l’asfalto e il cemento alla vegetazione San Paolo si è trasformata in un’isola di calore. L’aumento del 30% nella media annuale delle piogge nella città in questo periodo è dovuta all’aumento della temperatura. Bisogna capire se il regime di pioggia alterato nell’ area urbana di San Paolo ha qualche relazione con la siccità della regione Cantareira”.

Cosa sta succedendo dunque a San Paolo? Una risposta la possiamo trovare nella sintesi del V Rapporto sul clima dell’IPCC, Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) dell’Onu, presentato negli scorsi giorni a Copenaghen. Gli scienziati ci confermano, come se ne avessimo ancora bisogno, che questa variabilità maggiore tra gli estremi è frutto del riscaldamento globale.

Così il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha introdotto la presentazione a Copenhagen del Summary Report che chiude il quinto rapporto di valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite. Una «relazione storica», che sintetizza il contenuto di tre documenti da oltre 1500 pagine, pubblicati tra settembre 2013 e aprile 2014, che hanno preso in esame le basi scientifiche dei cambiamenti climatici, gli impatti che hanno su scala globale e le politiche per mitigarli. Il V Rapporto mette per la prima volta insieme dati sull’evoluzione del riscaldamento globale e indicazioni stringenti per le politiche di adattamento – capacità di risposta agli shock, resilienza – e mitigazione – interventi di riduzione delle cause.

Il Summary Report, delinea un quadro ipotetico della direzione che dovrebbero prendere i flussi finanziari su scala globale tra il 2010 e il 2029, per ridurre efficacemente le emissioni e raggiungere l’imminente traguardo del 2030. Mettendo insieme le stime di vari modelli analizzati, gli investimenti annuali in tecnologie per la produzione di energia elettrica da combustibili fossili dovrebbero diminuire di circa 30 miliardi di dollari (-20% rispetto al 2010). Le risorse investite in fonti rinnovabili e nucleare dovrebbero invece aumentare di circa 147 miliardi di dollari (+100 % rispetto al 2010). Infine, le spese per l’ammodernamento delle attrezzature esistenti e per l’efficienza energetica nei trasporti, nell’edilizia, nell’industria crescerebbero di circa 336 miliardi di dollari. Le variazioni ipotizzate sono state calcolate sull’attuale investimento nel sistema energetico globale, pari a circa 1200 miliardi di dollari all’anno. Il primo intervento necessario è ridurre drasticamente le emissioni su scala globale, dal 40 al 70% tra 2030 e 2050, per arrivare ad annullarle entro il 2100.

A Copenhagen, capitale mondiale della resilienza e lotta ai cambiamenti climatici, Ban Ki-moon ha persino rivolto un messaggio agli investitori, come i gestori dei fondi pensione: “Si prega di ridurre gli investimenti nell’economia basata su combustibili fossili e dal carbone e spostarli sulle energie rinnovabili.”

Diversi studi del resto, come Risky Business e Better grow, better climate della Global Commission on the Economy and Climate, hanno previsto conseguenze devastanti sull’economia e sullo sviluppo globale. Più vulnerabili al cambiamento climatico sono i paesi in via di sviluppo, a cominciare dai piccoli stati-isola (SIDS), e solo decise misure di adattamento potranno salvaguardare la sicurezza alimentare, migliorare l’accesso al cibo e ridurre la povertà globale. Evitando così conflitti sociali, aumento dei flussi migratori e guerre, perché «il cambiamento climatico – sottolinea il rapporto – può amplificare i fattori ben documentati alla radice di conflitti violenti come la povertà e crisi economiche».

A Copenhagen erano presenti anche il biologo ed amico Daniele Pernigotti ed il compagno di viaggio Claudio Boato arrivati al meeting in bicicletta. Ma non si tratta, infatti, del solito tour per cicloturisti alla ricerca dell’avventura on the road. “Pedala con noi”, partiti da Venezia il 17 Ottobre sono arrivati nella capitale danese il 30 Ottobre alla vigilia della presentazione della sintesi finale del V Rapporto. I nostri amici si sono arrampicati sulle Alpi, pedalando per 1.500 km, attraverso quattro paesi, un tour di 17 tappe a bordo del mezzo più ecologico ed ecosostenibile per eccellenza, la bicicletta. Sole, pioggia, vento e sudore hanno accompagnato Pernigotti e Boato nelle loro giornate che dopo una bella pedalata si concludeva in ogni città con dibattiti e conferenze.

Ride with us, è nato principalmente per sottolineare, ancora una volta, i rischi connessi al cambiamento climatico e per attirare l’attenzione sul rapporto di sintesi dell’IPCC. “L’obiettivo principale di questo evento è dare maggiore visibilità sui media all’evento, partendo proprio dal web”, spiega Daniele Pernigotti. Anche questo può essere un contributo per cambiare le sorti del pianeta, una lotta sì faticosa, ma come ci ricordava Ban Ki Moon: “Non siamo qui per parlare. Siamo qui per cambiare la storia”.

Articolo a cura di Piero Pelizzaro (Kyoto Club)  pubblicato su Lenìus.